Prof.Vincenzo Pacillo Lotta all'antisemitismo
Prof.Vincenzo Pacillo Unimore Ordinario Dipartimento studi lingustici e culturali UNIMORE
La laicità, quando è viva, non è una formula di neutralità asettica. È un principio giuridico che diventa gesto politico. E se è laicità sostenibile, come dovrebbe essere nella prospettiva della sostenibilità sociale, allora non solo resiste al tempo, ma genera. Genera spazi di riconoscimento, produce linguaggi condivisi, costruisce fiducia. È un’architettura istituzionale che non si accontenta di garantire a ciascuno il proprio recinto privato, ma si preoccupa di far dialogare quei recinti, di trasformarli in stanze comunicanti. La laicità sostenibile non è il silenzio sul religioso, ma la possibilità di parlarne senza paura. È lo sforzo di costruire una convivenza non nonostante le differenze, ma attraverso di esse.
Ecco perché la lotta all’antisemitismo non può essere affidata né soltanto alla memoria, né soltanto alla repressione. Essa interroga la tenuta stessa della laicità, nella sua forma più alta: quella che genera cittadinanza anche a partire dalle fratture storiche, dalle appartenenze forti, dalle alterità incomprese. Combattere l’antisemitismo significa riconoscere che l’identità ebraica – nella sua dimensione religiosa, storica, culturale, diasporica e normativa – costituisce una parte strutturale della nostra società. E che ogni gesto di esclusione, di rimozione, di marginalizzazione, non colpisce solo gli ebrei: colpisce la democrazia stessa.
Per questo non basta vigilare. Occorre progettare. La Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo – nelle sue cinque linee d’azione – fornisce una mappa. Ma ogni mappa, si sa, ha bisogno di lettori. E i primi lettori devono essere le amministrazioni pubbliche: scuole, università, comuni, enti sanitari, istituzioni culturali. Non come meri esecutori di disposizioni, ma come attori consapevoli di una nuova stagione della laicità.
Una proposta concreta, allora, potrebbe essere l’istituzione – in ogni amministrazione locale sopra i ventimila abitanti – di un referente per la laicità sostenibile e il contrasto all’antisemitismo. Una figura formata secondo linee guida nazionali e dotata degli strumenti necessari per dare attuazione concreta alla strategia. Questo referente dovrebbe essere in grado di monitorare l’applicazione delle misure previste, promuovere percorsi formativi per il personale scolastico, educativo e sanitario, favorire la conoscenza delle festività ebraiche e delle esigenze simboliche e culturali della comunità, attivare protocolli di sicurezza e dialogare stabilmente con le realtà religiose e culturali del territorio. Non si tratterebbe di moltiplicare le burocrazie, ma di rendere generativa la macchina pubblica, affinché la laicità non resti una formula astratta, bensì una forma viva di democrazia inclusiva. È in questa direzione che la laicità generativa si distingue da una concezione meramente negativa o difensiva della laicità. Essa non si limita a separare, ma si assume il compito di mediare, di generare forme nuove di inclusione, di abitare le differenze senza negarle. La lotta all’antisemitismo, da questo punto di vista, non può essere ridotta a esercizio commemorativo o a risposta episodica, ma deve diventare una prassi ordinaria e strutturata della libertà democratica. Deve cioè tradursi in misure operative, in azioni continue, in dispositivi istituzionali capaci di rendere visibile la presenza ebraica come parte costitutiva del tessuto civico.
In questo orizzonte, il ruolo delle amministrazioni pubbliche non è marginale né sussidiario: è centrale e strutturale. Sono esse, infatti, a poter incarnare quotidianamente il principio della laicità generativa, rendendolo effettivo nei luoghi della formazione, del lavoro, della sanità, della cultura. La responsabilità che grava su questi attori non è dunque solo giuridica, ma profondamente politica e simbolica: si tratta di farsi garanti di una cittadinanza inclusiva che non riduca le differenze a variabili da normalizzare, ma le riconosca come risorse da valorizzare nella costruzione di un tessuto democratico più giusto e più profondo.
In questo quadro, un ruolo essenziale spetta anche all’università, che non può limitarsi a trasmettere saperi codificati, ma deve contribuire a formare professionalità consapevoli della complessità culturale e religiosa del contesto democratico. La costruzione di una laicità generativa passa attraverso la formazione di dirigenti pubblici, educatori, operatori sociali e sanitari capaci di leggere i fenomeni religiosi non come eccezioni da gestire, ma come dimensioni strutturali della cittadinanza. È dunque necessario che i percorsi universitari, in particolare nei settori giuridico, pedagogico e delle scienze sociali, integrino moduli dedicati alla gestione del pluralismo religioso, alla storia dell’antisemitismo, alle strategie di prevenzione della discriminazione.
Parallelamente, sarà fondamentale sviluppare indicatori qualitativi e quantitativi in grado di misurare l’efficacia delle politiche pubbliche in materia di contrasto all’antisemitismo. Questi strumenti dovranno valutare non solo l’adozione formale delle misure previste dalla Strategia nazionale, ma anche il loro impatto concreto: la diffusione delle buone pratiche, il grado di consapevolezza degli operatori pubblici, la presenza di protocolli attivi, la qualità del dialogo con le comunità ebraiche, la riduzione degli episodi di intolleranza nei luoghi pubblici. Solo se sostenuta da una formazione adeguata e da un monitoraggio costante, la laicità potrà davvero trasformarsi in una pratica generativa di libertà, in una forma di democrazia che non solo dichiara l’inclusione, ma la rende visibile, concreta e quotidiana.